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Diario

di Gianluigi Mattia

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E’ raro, oggi, incontrare un artista che interpreti la propria scelta di vita come atto di fede e il proprio lavoro come luogo della sacralità. Mi è capitato con Giorgio Bartoli.

Una sua qualche “distanza“ dal mondo è nella cartolina che lo vede, ovunque vada quasi sempre in coppia con Rama, un husky dagli occhi dispari: un occhio dei due diverso dall’altro, ipnotici. A questa cartolina di tenera quotidianità viene di sovrapporre in trasparenza la sua figura dall’incedere lento, barba e capelli nazareni, un saio e sandali monacali: un vero mix anacoretico, ma questa forse è solo una mia allucinazione.

Nel suo piccolo e ordinatissimo studio in Trastevere, l’amico Bartoli mi accenna, prima di mostrarmeli, a come questo cospicuo numero di disegni su carta intelata si sia imposto inesorabile, a casa dei genitori e in condizioni coatte, dove per qualche mese ha dovuto trasferirsi.

Mi dice anche che in quelle condizioni restrittive non gli rimaneva che disegnare su fogli di piccolo formato e che in margine insorgevano contestuali derive poetiche alternantesi a riflessioni morali in forma epigrammatica. Il corpo complessivo di questi fogli ha dunque finito per costituire un vero e proprio diario, privato e mondano insieme. Un diario come flusso ininterrotto di immagini e scrittura, un piccolo canto di vita (in quel particolare momento dimezzata), ma da lui tradotta in un grumo di interiorità che ascolta sè e il mondo.

Ma se nella sua produzione pittorica, qui assente, così come in alcuni disegni successivi di maggiore dimensione, la frantumazione dell’io riesce a legittimare il senso profondo, vitale, di una corsara sperimentazione e la pulsione che ne è all’origine - la disobbedienza – qui, il tono della “voce” è decisamente più cordiale, per qualche verso compiacente al totem imperativo della forma; quello che dalla Grecia antica passando per Michelangelo e il Manierismo giunge fino a Ingres.

Questi disegni ci confermano infatti un’identità dichiarata, il cui codice linguistico è fatto di nitidezza, rigore e massimo artificio del segno e la matita prolunga fra l’altro, un primissimo amore del Bartoli: l’arte incisoria che apprende presso lo studio del maestro incisore Jean Pierre Velly. Un’identità grafica questa di Bartoli che lascia percepire nell’ombra come una latenza, persistente e proterva: la figura archetipica per eccellenza, il Padre e il principio d’autorità in esso contenuto.

In questo consistente corpus di disegni ogni foglio racchiude una propria identità disconnessa dalle altre ma in se conclusa. Con ciò costituendo una complessità dilacerata da singolari luoghi vaganti. Appunto: l’io ferito, il Padre come luogo di interezza e autorevolezza irrevocabilmente perduto. Nel perseguire una propria pulsione apollinea, di eccellenza formale, l’artista mette qui in atto una propria strategia di rimozione e slittamento, su un piano diverso, di quel nodo dolorosamente irrisolto. Mette in atto il configurarsi di un sistema (ordinato) di diverse categorie semantiche e formali; come un’idea sociale dell’arte e della sua (solo ipotizzata) funzione pedagogica e divulgativa.

Dunque, dall’orfanità di un Padre autorevole e autoritario, Bartoli deriva un’immaginario candidamente migrante. Migrante, se nel visitare a rebours il Museo (soprattutto Michelangelo) inciampa nell’immanenza della Contemporaneità, cioè in un universo a cui sono saltati i nervi e le regole. E’ attratto dalle icone pop, ma si compiace di giacere nell’indeterminato dei territori freudiani. E’ migrante quando riflette sulla tenera leggerezza dei cartoons così come quando con sorprendente incredibile realismo cattura le espressioni degli animali (cani soprattutto). E’ migrante quando partendo dai pulsionali baricentri dei fogli, si smarrisce nel farsi trascinare da vortici spiralici vagamente orientali, vagamente new-age, e ancora, quando fagocita piccole figure maschili dentro una fittissima e minuscola scrittura monocordica nel suono, criptica nel significare.

Come potete conseguire dall’azzardo di questa mia impacciata analisi, Giorgio Bartoli vive creativamente come in un “gran casino” ma con la massima lucida chiarezza, e rivedendoli tutti assieme, questi disegni paiono disegnati come sognando: sognando Ingres, il quale diceva (Degas lo riferiva a Valèry), “ la matita deve avere sulla carta la stessa delicatezza della mosca che erra su un vetro “.

Per quanto ciò confligga con una Contemporaneità anfetaminica e dopata, trovo il sognare di Bartoli di una trafiggente, lieve bellezza.

 

Gianluigi Mattia - Febbraio 2009